A che punto è l’Industry 4.0 in Italia

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Confrontando gli ultimi due anni non possiamo che rilevare uno sviluppo esponenziale di progetti Industry 4.0. Questo deriva in parte dagli incentivi fiscali del piano governativo ma anche dal livello strategico dell’Industry 4.0 maturato nei Chief Executive italiani. Un’impressione confermata dal recente Rapporto Ambrosetti “I CEO italiani di fronte alla rivoluzione 4.0” che rileva questo livello di consapevolezza da parte dell’86% dei top manager italiani, coscienti del loro ruolo guida in questo processo di trasformazione senza precedenti nella storia.

Questi dati confortanti, si scontrano purtroppo con una ancora troppo diffusa immaturità della domanda circa i percorsi da intraprendere e da un’offerta numericamente e qualitativamente confusa. Tutti, dai produttori di impianti ai fornitori di servizi, software vendor, consulenti e system integrator, dalle start up alle associazioni di categoria, alle istituzioni universitarie, non si lasciano infatti sfuggire l’opportunità di presentarsi come parte in causa nell’Industria 4.0, lasciando sul mercato innumerevoli POC, progetti pilota, sviluppi in house di soluzioni, sovente senza alcuna visione strategica.

Nonostante questa indiscutibile crescita l’Italia si ritrova comunque un passo indietro rispetto ai più tecnologici Paesi del Nord Europa, Stati Uniti e Giappone, che godono di analoghe iniziative governative a supporto ma avviate con vari anni d’anticipo. L’essere arrivati
tra gli ultimi ha però consentito al piano italiano di imparare dagli errori altrui facendo tesoro dei difetti e dei limiti degli analoghi piani sviluppati nelle altre nazioni.  I maxi-ammortamenti e crediti d’imposta, ad esempio, sono soluzioni che hanno  permesso di posizionarci tra i Paesi più avanzati in termini di sostegno alle imprese.

Questa impostazione ha innescato una rilevante ondata di investimenti, guidati più dall’opportunità fiscale che da una vera consapevolezza delle potenzialità della Quarta Rivoluzione Industriale

Erano anni che aspettavamo un piano industriale capace di supportare la nostra evoluzione manifatturiera. Il Piano di governo Industria 4.0 ha permesso di porre le basi di una piattaforma industriale per l’Italia in grado di consolidare la posizione di settima potenza industriale mondiale e seconda europea. I primi risultati, a poco più di un anno dall’avviamento della prima fase, sono infatti incoraggianti, a partire dal +11% di valore complessivo degli investimenti registrato tra il 2016 ed il 2017 che, suddiviso, mostra un +13% in macchinari e altri apparecchi, un +7% di apparecchiature elettriche e elettroniche, oltre a un +10% delle restanti categorie ed un incremento fino al 15% delle imprese che hanno avviato investimenti in ricerca e sviluppo.

La recentissima seconda fase rinominata “Impresa 4.0”, firmata dal ministro dello sviluppo economico Calenda (con l’appoggio anche nella forza che Fim-Cisl portano attraverso Bentivogli all’operatività concreta del Paese), oltre che a confermare i forti incentivi fiscali, allarga il focus al mondo delle competenze digitali e della loro formazione e, si spera, darà uno scossone sul fronte dei Competence Center, i poli di eccellenza che riuniscono industrie e università, ancora praticamente inattivi a 11 mesi dalla loro istituzione.

La storia insegna che le rivoluzioni maturano gradualmente, che vincere una battaglia non è sinonimo di vincere la guerra. Lo stesso vale per la trasformazione di un’azienda in 4.0, un processo che va accompagnato passo passo, a cominciare dalla digitalizzazione dei processi, ancora Industry 3.0, dove l’industria italiana paga  ancora ritardi causati da infrastrutture e architetture tecnologiche IT limitate, scarsa attenzione alla sicurezza dei dati, poche competenze digitali, impianti obsoleti.

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Come Dedagroup applichiamo presso i nostri clienti una metodologia basata su “Digital Industrial Journeys”, percorsi per raggiungere nuove “capacità di business” attraverso tappe intermedie ed obbiettivi articolati in “fasi di maturità”. Sono journey di Digital Transformation focalizzati sui tre processi industriali della Ricerca e Sviluppo, Produzione e Service che si sviluppano, via via, dalla dalla connessione degli impianti, la raccolta dei dati e la loro visualizzazione, all’adozione della realtà aumentata per Collaborative Design, istruzioni di montaggio e remote services, manutenzioni predittive con strumenti di machine learning, sino all’abilitazione di modelli di business evoluti pay per use e servization.

In termini di soluzioni applicative adottiamo soluzioni tecnologiche riconosciute leader globali dagli analisti, con chiari piani di investimenti e roadmap di sviluppo, al fine di garantire nel tempo gli investimenti dei clienti.

Integrare aziende, operatori logistici, banche e assicurazioni in ecosistemi, in grado di sfruttare al meglio i dati resi disponibili da impianti intelligenti e connessi è la sfida che, come Dedagroup, stiamo affrontando in questi ultimi mesi con risultati che si prospettano incoraggianti.

Quello che Michael Porter e James Heppelmann disegnavano nel fondamentale articolo “How smart, connected product are transforming competition” pubblicato nell’ Harvard Business Review  nel 2014, è una realtà alla portata del tessuto industriale e finanziario italiano
per competere da protagonisti nel mercato globale.

La rivoluzione è arrivata anche in Italia, forse un po’ in ritardo come spesso accade, ma non è importate perché ci siamo adeguati in fretta, portandoci allo stesso livello dei grandi d’Europa e non solo, quello che manca adesso è la volontà di avviare un percorso di digitalizzazione verso l’industri 4.0 e farlo assieme.

Autore: Marcello Ingaramo, Market Line Manager Dedagroup

Fonte: Dedagroup