21 agosto 1968: invasione della Cecoslovacchia. La moglie di Jiri Pelikan racconta la Primavera di Praga

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Nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, esattamente 50 anni fa, i carri armati del Patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia. Finiva quella Primavera di Praga che Alexander Dubcek e tutto il popolo avevano voluto in risposta al lungo, grigio e pesante inverno sovietico. Il periodo di libertà, di apertura delle carceri ai prigionieri politici e di una visione meno oppressiva dello statalismo imposto da Mosca, si chiudeva con 72 morti nei primi giorni della repressione, che sarebbero saliti a 200 nei momenti successivi. Ma la primavera di Praga non si spense: germogliò al punto da incrinare il monolite comunista che 21 anni dopo, novembre 1989, sarebbe crollato insieme al muro di Berlino. Lo stesso partito comunista italiano, sicuramente il più forte e organizzato dell’Europa Occidentale, che aveva appoggiato Mosca senza se e senza ma nel 1956, durante la rivolta d’Ungheria, vide l’invasione di Praga con un sussulto. E presero forza coloro i quali sostenevano che il comunismo italiano aveva un volto diverso da quello sovietico.

TESTIMONIANZA – Personalmente ho un ricordo da 18enne, ossia da studente che aveva cominciato qualche anno prima a fare il collaboratore de La Nazione. Osservavo, leggevo, chiedevo ai colleghi di prestigio, come Romano Bilenchi, che nel ’56 era direttore del Nuovo Corriere, a Firenze: venne cacciato dal Pci perchè aveva scritto un fondo nel quale diceva che non si doveva più sparare agli operai. Dodici anni dopo era ovviamente dello stesso parere. Ma che cosa accadde a Praga, nella notte fra il 20 e il 21 agosto del 1968? Come vissero l’invasione i protagonisti di quella corta primavera? Ho incontrato, proprio in questi giorni, fra un aereo e l’altro, un personaggio unico: Jitka Frantova, moglie di Jiri Pelikan, uomo vicinissimo a Dubcek, direttore della televisione cecoslovacca poi eletto deputato al Parlamento europeo per il Psi. Jitka, donna deliziosa ed energica, attrice di talento, continua a tenere viva, a distanza di 50 anni, quella stagione meravigliosa e tragica attraverso lo spettacolo «La mia primavera di Praga», che ha rappresentato davanti a Giorgio Napolitano, quand’era presidente della Repubblica, e che ora porterà in vari Paesi della vecchia Cortina di ferro: gli stessi che fornirono i carri armati alla coalizione del Patto di Varsavia per varcare i confini cecoslovacchi. Confini oggi divisi fra Repubblica Ceka e Repubblica Slovacca, un po’ come aveva teorizzato Dubcek, che pensava a uno Stato ancora unito ma federale, con due capitali: Praga e Bratislava.

Jiri Pelikan con la moglie Jitka, a Roma, negli anni ’80

TELEVISIONE – Jiri Pelikan divenne direttore generale della televisione cecoslovacca nel 1963, imboccando una strada nuova per i tempi e per il Paese: quella della verità e della libertà. Aveva un potere assoluto, ma tolse ai giornalisti i vincoli, li lasciò lavorare inventando una «Telecamera curiosa» capace di aprirsi alla gente, di farla parlare senza pericolo di essere poi fermata dalla polizia segreta. Mise a confronto opinioni di Praga e di Vienna. Diventando presto inviso a Mosca. Breznev in persona voleva la sua testa. Jitka, per nulla impressionata, sposò Pelikan nel 1966. La censura bloccò alcune trasmissioni. Il presidente filo-sovietico Antonin Novotny interveniva direttamente, nonostante la sua popolarità fosse ai minimi storici e si delineasse il cambiamento con Dubcek: che divenne segretario del partito nel gennaio 1968. Jitka racconta: «La seduta del Comitato Centrale del partito comunista della Cecoslovacchia, già molto agitato per le riforme chieste dal popolo, venne sospesa per le vacanze e noi festeggiavamo pensando: Quelli lì non hanno passato un buon Natale, ora per loro crolla tutto… Fu il Capodanno più felice che avessi vissuto, l’inizio di una nuova vita, che sarebbe durata solo 8 mesi, soffocata dai carri armati sovietici il 21 agosto».

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SOCIALISMO DAL VOLTO UMANO – Poteva il comunismo instaurato da Lenin in Russia, con la rivoluzione bolscevica del 1917, cambiare forma, cioè avviarsi a una sorta di democrazia? Jitka annuisce: «La primavera di Praga era semplicemente una riforma del comunismo. La libertà e la democrazia contro la dittatura di un partito. I sovietici la chiamarono controrivoluzione. Le prigioni con i detenuti politici furono aperte. La censura cancellata. Si poteva finalmente andare all’estero. Fu una gioia per tutto il Paese. Il popolo era felicissimo. Ecco, se vuol sapere che cosa mi è rimasto dentro da allora le risponderò semplicemente: gli ideali di Praga rivestono un significato racchiuso in due parole, Libertà e Democrazia. Ho sempre pensato che ogni rivoluzione nasca dagli intellettuali, dagli artisti, dai filosofi. La Primavera di Praga nacque soprattutto nella testa dei comunisti di fede, come diceva Pelikan, che volevano trasformare il comunismo crudele che non rispecchiava più i loro ideali».

DUBCEK – Mosca ebbe paura di quel che stava succedendo a Praga. Breznev minacciò Dubcek, che però non informava i suoi collaboratori. Forse non pensava che l’Unione Sovietica avrebbe reagito muovendo i carri armati del Patto di Varsavia, cioè dell’alleanza dei Paesi dell’Est, nata per contrapporsi al blocco occidentale della Nato… No, non pensavamo a un’azione di forza. Io mi trovavo a Vienna. Pelikan, a Praga, era andato a letto presto dopo una lunga riunione di partito sulle intenzioni moscovite. Lo svegliò un colpo di telefono. Gli dissero: “La discussione è finita, guarda alla finestra”. I carri armati erano arrivati a Praga». E lei Jitka, che cosa fece? La voce trema mentre sussurra: «Per la prima volta in vita mia ebbi paura. Non potevo comunicare con mio marito perchè i telefoni erano staccati. Giravo fra Vienna e Monaco, anche grazie a un po’ di soldi della televisione austriaca, che mi nascose in un monastero. Vienna era piena di agenti segreti. Il direttore della tv, Zilk, fece trasmettere annunci in cui cercava il collega e amico Pelikan. Che non volle muoversi da Praga anche se era il primo della lista di quelli che dovevano essere arrestati. Io riuscii a contattarlo grazie al corrispondente della Rai, Demetrio Volcic, che lo trovò e gli consegnò una mia lettera».

ESILIO – Dubcek, con altri funzionari furono portati con la forza a Mosca, dove firmarono (tranne Frantisek Kriegel) la capitolazione, con grande delusione di tutto il popolo. E cosi, per altri 20 anni, tutto fu perduto. Per Jitka Frantova e suo marito fu l’esilio e la fuga all’estero, destino comune con migliaia di cecoslovacchi. L’approdo fu l’Italia, Roma. Dove più tardi il Psi di Craxi offrì a Jiri Pelikan la candidatura al Parlamento Europeo. Venne eletto con 130 mila voti di preferenza. Eppoi? Lei continua: «La caduta del Muro di Berlino e la rivoluzione di Velluto sarebbero state le logiche conseguenze di quegli eventi. I russi sapevano molto bene quanto fosse pericolosa la Primavera di Praga, per questo per reprimerla scatenarono la più grande operazione militare che si fosse vista in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Cinquant’anni dopo, io voglio che la Primavera di Praga venga riscoperta e raccontata soprattutto ai giovani. Per questo ho scritto lo spettacolo che vado rappresentando. La prima volta ebbi 500 ragazzi come spettatori. Mi aspettarono all’uscita, commossi. Mi chiesero di andare a trovarli a scuola per continuare a parlare. Non mi tirai e non mi tiro indietro. Nonostante la mia età (78 anni portati meravigliosamente, balla ancora il tango ndr) voglio essere testimone di una stagione dove rischiammo il carcere non per le poltrone e il potere, ma per un bene supremo: la libertà».

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Sandro Bennucci