Governo: pace fiscale dal 2019, un condono mascherato

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Pace fiscale da gennaio 2019 per consentire ai contribuenti in difficoltà di rimettersi in regola con il fisco e mettere in cascina fino a 3,5 miliardi utili a finanziare le misure espansive della manovra. In attesa dell’esito del nuovo vertice di maggioranza, che farà un punto sulla legge di Bilancio prima della pausa estiva, i tecnici continuano il lavoro preparatorio, anche della pace fiscale, che potrebbe essere inserita anche nel decreto fiscale che anche quest’anno potrebbe accompagnare la legge di bilancio.
I contorni della misura partono da quelli della proposta leghista di poter sanare la propria posizione fiscale pagando un forfait (con diverse percentuali) determinato sulla base della propria condizione economica. L”intervento abbraccerebbe tutte le tipologie di contenzioso tra contribuenti e fisco, dagli avvisi di accertamento, alle cartelle, fino al contenzioso davanti alle commissioni tributarie. I dettagli però si stanno ancora studiando, soprattutto per evitare che ci possano essere ricadute negative sulle due edizioni della rottamazione ancora in corso. Interventi a loro volta una tantum ma che devono garantire gli incassi stimati e già utilizzati come copertura.
La maggior parte dei contribuenti che ha aderito (circa tre quarti) ha scelto però di pagare a rate, e ancora manca una scadenza per concludere la prima rottamazione.
La pace fiscale comunque nei progetti della maggioranza gialloverde va a braccetto con la flat tax, che a sua volta dovrebbe essere avviata in legge di Bilancio per le piccolissime imprese e le partite Iva. Un progetto che consentirà di ampliare la platea dell’attuale regime forfettario, portando le soglie dei ricavi a 65mila euro (dall’attuale massimo di 30-50mila euro). Un intervento poco costoso il prossimo anno, nei primi studi del Mef 250 milioni di minori incassi Iva. A regime, spiega il sottosegretario Massimo Bitonci, si potrebbe immaginare una dual tax sempre per le imprese (per le famiglie si partirà nel 2020), con una aliquota al 15% per quelle fino a 65mila euro di ricavi e al 20% per quelle fino a 100mila euro, immaginando anche una misura cuscinetto per chi supera di poco le soglie.
Le risorse comunque restano il problema principale del governo, come di ogni esecutivo. E si starebbe guardando sia ai potenziali risparmi derivanti dalla revisione delle grandi opere, che potrebbero arrivare fino a 2 miliardi, sia ai conti dormienti, visto che da novembre iniziano ad andare in prescrizione le somme dei primi che sono confluiti nell’omonimo fondo. Quelli affluiti nel 2008 sono circa 670 milioni dei quali però qualcuno potrebbe avere chiesto conto nel frattempo, anche se per piccole cifre, visto che in tutto al 2016 la Consap, deputata ai rimborsi, ha liquidato poco più di 215 milioni per circa 40mila istanze. In ogni caso il Mef ha ricordato che c’è ancora poco tempo per recuperare le somme che non sono più state movimentate per 10 anni.
Intanto, sempre sul fronte del credito, il Movimento 5 Stelle chiede una nuova commissione d’inchiesta sulle banche, che duri quanto la legislatura e che si occupi anche di Npl, dei conflitti di interesse di vertici e dirigenti di Banca d”Italia, Consob, Ivass e Covip, e che valuti l’opportunità di istituire una superprocura sui reati finanziari.

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