Fine del QE, cosa cambia per mutui, risparmi e investimenti degli italiani

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La fine del quantitative easing, annunciato dalla Bce per gennaio, e il possibile rialzo dei tassi sarà meno violento di diverse previsioni della vigilia, ma qualcosa in prospettiva per mutui, risparmio e investimenti cambierà lo stesso. Ovviamente saranno cruciali le condizioni di mercato al momento delle scelte di Francoforte, quindi tra molti mesi, ma queste potranno essere alcune delle conseguenze maggiori.

TITOLI DI STATO – Per ora cambia molto poco, anzi la mano leggera del president della Bce Mario Draghi è stata ben recepita dal mercato dei bond europei, anche dai prodotti italiani. Sulla strada della Federal reserve, la Bce ha chiarito che per un lungo periodo continuerà a reinvestire nei portafogli in scadenza. Secondo diverse stime, Francoforte avrebbe già in pancia oltre 300 miliardi di titoli ‘made in Italy’ e, anche se non ne aumenterà la quantità, la sola ricopertura dei bond in scadenza assicurerà un’importante liquidità. Insomma, stabilità per Btp e Bot.

TASSI e VALUTE – Il presidente della Bce ha rassicurato i mercati precisando che i tassi sull’euro rimarranno invariati per almeno un anno e la moneta unica ha accolto la definizione temporale con un leggero indebolimento sul dollaro, a fronte di una Federal reserve americana che invece si propone più aggressiva per frenare l’inflazione. Secondo diversi gestori è quindi probabile che nei prossimi mesi la moneta unica possa progressivamente limare le sue quotazioni rispetto al biglietto verde, fornendo un po’ d’impulso all’export e sostenendo le Borse europee.

RISPARMI e INVESTIMENTI – Con i titoli di Stato arrivati a tassi negativi e obbligazioni societarie che, quando considerate molto sicure sono ancora comprese nel Qe di Francoforte, hanno seguito il trend ribassista dei rendimenti, la gestione del risparmio è rimasta distorta per anni. Non cambierà tutto subito, ma progressivamente istituzioni, assicurazioni e fondi pensione potrebbero alleggerire la loro presenza sui mercati azionari e sui prodotti a maggior rischio per tornare su quelli a reddito fisso. Questo non significa che il risparmiatore potrà presto reindirizzarsi all’acquisto diretto di bond, ma il loro peso crescerà nelle offerte proposte dai gestori al pubblico.

MUTUI e PRESTITI – Per questo capitolo converrà guardare soprattutto all’inflazione. Con l’annuncio ufficiale della Bce non si è infatti mosso nulla: l’Euribor, cioè il riferimento che in genere viene utilizzato per la definizione dei tassi variabili dei mutui, nella sua versione a tre mesi è rimasto inchiodato al bassissimo livello dello 0,321%. Anche l’Irs, l’indice al quale si guarda per la quantificazione dei mutui a tasso fisso, non si è mosso, restando sui minimi dello 0,99% per il 10 anni e dell’1,34% a 15 anni. A meno che l’inflazione nel Vecchio continente non riparta oltre ogni previsione, difficilmente la Bce deciderà rialzi shock dei tassi: quindi sei hanno mutui a tasso variabile con scadenza breve conviene rimanere dove si è, mentre se la scadenza è ancora lunga può essere il momento di passare al tasso fisso.

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