Migranti: campi d’accoglienza in Libia, si muove anche l’Onu

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Oim, l’agenzia internazionale per le migrazioni, e Unhcr hanno mandato i propri esperti sul campo nelle scorse settimane per valutare dove e come potrebbero sorgere campi in Libia da loro gestiti e riconosciuti. Il progetto deve essere definito nel dettaglio – e, anzi, dalla sede centrale delle Nazioni unite, New York, ci sono ancora forti resistenze – ma l’idea sarebbe di costruire almeno i primi due campi prima possibile: uno nella zona di Sabratha, sulla costa nord della Libia, attuale luogo di partenza dei disperati del mare; l’altro nella famigerata Cufra, nel deserto a sud del paese, a metà strada verso il confine con il Ciad. Qui, al momento, esistono già un campo gestito dalle milizie governative della Cirenaica e alcuni centri di detenzione alla mercé di gruppi paramilitari da dove, quotidianamente, arrivano racconti dell’orrore di migranti derubati, sottoposti a torture e seviziati.

IL GOVERNO ITALIANO La realizzazione di campi gestiti da organizzazioni internazionali è un passaggio considerato fondamentale soprattutto dal governo italiano, a cominciare dal Viminale, che ha spinto molto sul sostegno alle autorità libiche e che ora non può rischiare di essere accusato di aver finanziato campi di concentramento a cielo aperto che spesso sfuggono anche al controllo del governo di al Serraj. Di questo hanno parlato nei giorni scorsi i ministri Angelino Alfano, Marco Minniti e Roberta Pinotti, con l’inviato dell’Onu Ghassam Salamè e, su richiesta dell’Italia, Bruxelles ha approvato un primo finanziamento di 47 milioni di euro. L’idea è che i due campi, uno a nord e uno a sud, per un numero iniziale di 5mila persone, ospitino progetti di rimpatrio volontario assistito per i migranti fermati mentre attraversano il confine o per quelli riportati a riva dalle motovedette libiche. I progetti dovrebbero servire a riaccompagnare i migranti nei paesi di origine sostenendo il loro reinserimento economico.

NEW YORK FRENA La questione è stata affrontata e caldeggiata anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel in un vertice con Filippo Grandi di Unhcr e William Lacy Swing di Oim. Il progetto incontra, però, parecchie resistenze nelle sedi centrali dell’Onu. Gli analisti di New York ribadiscono che il paese non è né sicuro né stabile e temono che, in una situazione di vera e propria emergenza umanitaria, diventi difficile assicurare garanzie di sicurezza e tutela dei diritti umani nelle strutture internazionali. Al momento le stime parlano di un numero di migranti presenti in Libia che va dai 400mila agli 800mila, con trenta centri di detenzione che ospitano circa 8mila persone. «Noi abbiamo potuto visitare solo una ventina di questi centri – ha spiegato giorni fa Federico Soda, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo di Oim – constatando che le condizioni sono pessime, per cui immaginiamo che i centri che non abbiamo potuto vedere siano peggiori. Stiamo lavorando a migliorare la situazione, ma vorremmo vederli chiusi». Una situazione in continua evoluzione, in cui si inseriscono anche interessi economici sul futuro della Libia. Incassato il sostegno di Bruxelles al progetto, i tecnici del Viminale, d’accordo con la Guardia costiera, stanno organizzando una missione in Libia per l’inizio di settembre. Proprio ieri, i rappresentanti del distretto di Cufra hanno dato notizia del rimpatrio di 131 sudanesi in collaborazione con il Sudan. Dall’inizio dell’anno sarebbero state riportate oltre confine circa 2.000 persone.

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