Stato-mafia, la Cassazione motiva le assoluzioni: “Indizi privi di certezze”

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Sono stati assolti per ‘non aver commesso il fatto’, gli ufficiali del Ros, Mori, Subranni e De Donno non trattarono con Cosa Nostra, anzi repressero l’ala stragista. Anche Marcello Dell’Utri, l’ex senatore di Forza Italia, finito anch’egli a processo, non commise il fatto.

Tanti dubbi e molti punti oscuri, ma una sola certezza: la trattativa StatoMafia ci fu, ma i responsabili vanno cercati altrove. Lo ha messo, nero su bianco la Cassazione nelle 95 pagine del dispositivo della sentenza, con cui il 27 aprile li hanno assolti definitivamente da ogni accusa.

Il collegio di giudici, composto dal presidente Giorgio Fidelbo, Orlando Villoni, Emilia Anna Giordano, Pietro Silvestri e Fabrizio D’ Arcangelo, evidenzia come "Nella ricostruzione operata dalla sentenza impugnata, l’iniziativa degli alti ufficiali del Ros era, infatti, intesa non già a indurre ‘Cosa nostra’ a rivolgere minacce al Governo – sottolinea la Suprema Corte – bensì al perseguimento dell’obiettivo contrario di far cessare la stagione stragista, cercando di comprendere se le eventuali condizioni poste da quest’ultima potessero o meno essere considerate nella prospettiva di prevenzione di ulteriori attacchi criminali. Mori, Subranni e De Donno miravano al contempo alla ‘contestuale decapitazione dell’ala stragista o militarista’ mediante la cattura dei suoi esponenti, come di seguito avvenuto il 15 gennaio 1993 con l’arresto di Salvatore Rina".

E ancora: "Vi è, dunque, per quanto emerge dalla motivazione della sentenza impugnata, un’insanabile contraddizione logica tra l’elemento soggettivo che animava i tre ufficiali del Ros nell’interlocuzione con i vertici mafiosi e il riconoscimento di una obiettiva valenza agevolatrice della minaccia mafiosa della loro condotta. Ogni forma di concorso penalmente rilevante degli imputati Mori e De Donno nel reato commesso dagli imputati appartenenti a ‘Cosa nostra’ è, all’evidenza, insussistente".

Nel rendere definitive le assoluzioni del generale Mario Mori, del generale Antonio Subranni e dell’ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, tutti appartenenti al Ros e per l’ex senatore Marcello Dell’Utri nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato Mafia, i magistrati di piazza Cavour scrivono ancora: "Invero, la mera apertura di un’interlocuzione con i vertici di ‘Cosa nostra’ non può ritenersi essere stata idonea ex sé a determinare i vertici dell’organizzazione criminale a minacciare il Governo in quanto questo assunto, argomentato nella sentenza impugnata come auto evidente, non è fondato su alcuno specifico dato probatorio, né argomentato sulla base di consolidate massime di esperienza".

Le condanne, che erano state emesse nei confronti del boss Leoluca Bagarella e al medico di fiducia di Totò Riina, Antonino Cinà, sono andate, nel frattempo prescritte.

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